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Un altro mondo
Indocfest seconda edizione 2006 mini dv e super 8 riversato in vhs, doc found footage, 2012, 13'40', regia e montaggio Luca Berardi, musiche originali Chris Yan, fotografia Romano Serafini- immagini d'archivio,“Le valli del tramonto”, videodocumentario realizzato dall’ex parroco di Pietrapazza Romano Serafini negli anni 1960-1961 gentilmente concesso da Claudio Bignami, voce off Gianni Gozzoli, testi Luca Berardi
Produzione: Progetto REFUGEE/Statid'esilio.Epifanie, a cura di Isabella Bordoni

Film found footage, esplora il concetto dell’altrove attraverso la visione di case abbandonate e di un vecchio filmato recuperato della valle di Pietrapazza (Fc). Il video fa parte del progetto collettivo “Refugee/ Stati d’esilio. Epifanie, a cura di Isabella Bordoni ed è edito nel libro d’artista “REFUGEE|ARCHIVIO1”.

“Di fronte allo smarrimento del mondo,
mi rifugio in una visione dell'alterità, fuori dal tempo.
Perchè, invece di ambire a un luogo rivoluzionario
c'è questo abbandonarsi, questa sospensione dal mondo?
Propongo un rifugio che rinnego.”

Selezionato nel 15° FESTIVAL CINEMABIENTE 2012, sezione PANORAMA, Torino
• In concorso 3° CinemAvvenire Videofestival, Roma 2012
• In concorso Laura Film festival, Levanto 2012
• In concorso Males corto, Malesco (VB) 2012
• In concorso Lucca film festival 2012
• In concorso Parma festival 2012

 

 

Indocfest seconda edizione 2006 Acquista il volume "Refugee Archivio n.1"

REFUGEE stati d'esilio|epifanie
è il progetto 2011-2014 di Isabella Bordoni che affronta, anche attraverso soggiorni in ambienti naturali o urbani, con giornate di viaggio, cammino e riflessione, i concetti di “patria” e di “cittadinanza”, le pratiche dell'amicizia come forma civile.Ci interessa capire del “rifugio” come spazio fisico, e del "rifugiato" come condizione, le implicazioni di senso che vanno dal politico al poetico, dall'essere luogo e atto di resistenza e di ri-esistenza, a luogo del riparo a quello dell’esilio, tra scenari della lontananza, nomadismo e approdi. Tra paesaggio e tempo anche le pratiche e le politiche del lavoro materiale e immateriale. Nell'agosto 2012, RIFUGI ha avuto una sezione di lavoro e cammino in Alta Val Susa, facendo base in un rifugio a quota 2035 metri, guardando ai confini nazionali le resistenze di ieri e di oggi tra montagna e mare. Con Isabella Bordoni, Antonio Cipriani (scrittore), Erika Lazzarino (antropologa), Luca Francesco Garibaldo (architetto), Luca Berardi (video), Davide Dutto (fotografo), Maria Nadotti (scrittrice), per condividere, ascoltare, guardare e restituire nel tempo un discorso di immagini e parole. Da questa sezione di REFUGEE stati d'esilio|epifanie un primo libro d’artista prende corpo nella primavera 2012, con il titolo “REFUGEE|ARCHIVIO1”, stampato in linotipia, contiene testi, fotografie, mappe, video. Il video di Luca Berardi ne è parte. Per ulteriori informazioni su progetto e libro d’artista: Isabella Bordoni – isabella.bordoni@tin.it

Si possono seguire le fasi del progetto in corso nella sezione apposita di Pad Pad.
Indocfest seconda edizione 2006REFUGEE
Indocfest seconda edizione 2006La lettera di Isabella Bordoni inviata ai partecipanti
Indocfest seconda edizione 2006REFUGEE [2011-2014] -sezione Rifugi - In viaggio

Qui una mia lettera personale a Isabella Bordoni e condivisa con i partecipanti al progetto nell'incontro a Carpino, Novembre 2011
Ciao Isabella,
le riflessioni che ti riporto sono molto soggettive e sento profondamente il limite di un dono così schiacciato nella mia prospettiva personale, di fronte a questo tuo incessante lavoro che unisce, che mette in relazione, che si sbilancia non verso l’io ma verso l’altro, ma non posso scriverlo che così, se voglio rendere vera la mia testimonianza.
Mi rammarico di essere mancato all’inizio, quando mi chiedesti di incominciare l’anno in montagna, di trovare e creare una situazione e io non ho voluto o non sono riuscito a farmi carico di questo gesto responsabile; ora la partecipazione da osservatore complice è stata più rassicurante.
La fotografia in b/n di Davide Dutto della stanza/rifugio è la sintesi splendida della mia esperienza e comprensione di REFUGEE/tappa Rifugi: l’azione privata che diventa palcoscenico. La parola che leggo in quello scatto, con la prospettiva dall’alto che richiama “Dogville” di Lars von Trier, e che mi pare non venga mai scritta da te nelle note al progetto, è teatro. Rielaborando la mia breve permanenza mi accorgo di essere stato spettatore di una tappa di uno spettacolo, lo spettacolo più bello di Isabella Bordoni di questi anni. La mia esperienza in diretta in realtà è stata assolutamente ordinaria: un viaggio scandito da ritmi lenti, una camminata in luoghi maestosi, l’incontro con persone interessanti. Ma, anche alla luce della visione di qualche spezzone del Living Theatre, anticipando una visione comune che mi hai già prospettato, dove gli sparuti spettatori sono dei testimoni, sto rileggendo il progetto Rifugi in questa chiave. Teatro vivente. C’è una figura potentissima, tu, potente perché hai deciso di essere in scena con tutta la tua debolezza, con un po’ di morte dentro e non credo di dare una lettura troppo mistica, ma sono le parole con cui descrivi l’avvento della debolezza nella tua vita a farti accostare alla figura del Cristo dolente con la croce e noi i testimoni che partecipano e narrano e soprattutto sentono di essere dentro a una cosa grande, più grande delle loro soggettività e dei loro corpi. Solo il teatro può creare una suggestione così intensa. Solo un teatro totale, crudele e intimo allo stesso tempo.
Nella mia vita l’arte è la chiave di lettura con cui guardo al mondo e a quello che mi accade. E’ un filtro con cui ragiono, con cui maneggio la vita. In REFUGEE sento che è come se tu togliessi questo filtro e la vita e l’arte per un momento coincidono. Ma fin dove ci si può spingere? Cosa può fare l’arte?
Perdonami la parte di riflessioni che segue, fatta di pensieri più intuiti che ben ponderati, non ho lo spessore di pensiero necessario per portare avanti coerentemente questo discorso, ma penso che aprire la propria stanza a tutti comporti anche l’accettazione di questa intrusione non richiesta.
Tu usi parole forti, per questo progetto: nasce dallo scandalo dei morti per fame, violenza, guerra; vuole ristabilire l’innocenza degli uccisi; la vita è arte intesa come pratica civile.
E quello che fai è mettere in gioco (e in scena) il tuo corpo. E’ certo che la mia lettura cristologica è forzata, ma ora ti riporto alcune parole di padre Alex Zanotelli, che assieme al Living Theatre e a Joseph Beuys mi viene a paragone di quanto stai portando avanti.
“ A volte ho sentito le ossa liquefarsi, squagliarsi, talmente mi sono sentito mangiato dalla gente. Questo non possederti, non poterti programmare nulla; questo non aver un tuo angolino privato… Questo essere alla mercè totale dei poveri: questo celebrare l’Eucarestia nella vita, questo “spezzare il pane”, questo spezzarsi, donarsi… Vivere l’Eucarestia, pane per tutti, come quel Gesù mangiato dai poveri della Galilea. E in questo tuo “essere mangiato” scopri che sei battezzato e per di più prete, proprio perché assumi la sofferenza ed il grido dei crocifissi della storia!....... E’ questo “essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente” (Eb. 2,18), che ti rende esistenzialmente fratello. E’ questo sentire nel tuo corpo e nel tuo spirito la violenza delle strutture di peccato…” (da “Ti no ses mia nat par noi” di Alex Zanotelli)
Ripenso a una fetta di dialogo con Antonio che mi diceva “tutti noi siamo qui per Isabella”, a conferma di questo nostro ruolo di testimoni spettatori complici.
Il limite di questi raffronti sta nel fatto che non credo che tu porti avanti una missione o un ‘educazione o una rivoluzione da raggiungere collettivamente. Eppure… eppure c’è una forza spropositata che viene fuori da REFUGEE, c’è quella rivoluzione spontanea che si trasmette per contagio di passione da una vita all’altra, vivendo pieni di onestà. C’è la forza della libertà totale dell’autoproduzione.
Torno a quelle parole forti che hai usato, che riguardano esseri umani, che spesso maneggiamo con disinvoltura come fossero citazioni e diciture. Zanotelli le parole le mette nella propria carne, un artista cosa può fare?
Accompagnandoti in tanti progetti, ho sempre percepito, perfino nella pelle direi, l’onestà della tua pratica artistica che potrei chiamare anche collettiva, per come è permeata di relazioni umane e reti di pensiero. Uso la parola onestà, e purezza, intendendo una pratica di relazioni autentica, non contaminata dal profitto e dall’ego vanitoso. Nel tuo agire c’è un rigore, anche morale, ma è un rigore amoroso, che lascia spazio agli imprevisti, che perdona gli errori, che non giudica le debolezze umane e tutto accoglie. Io, spesso coinvolto ( e nell’esperienza milanese alla Naba anche emotivamente un po’ sconvolto) in questo processo, ho sempre avvertito il lavoro compiuto come una resa. Il tuo lavoro più di altri. E’ come se il lavoro finito perdesse questa carica di onestà presente nel suo farsi. Quel mondo di riferimento che permette a un progetto artistico di esistere cancella, per sua natura, il rigore morale che caratterizzano, almeno nel tuo caso, l’agire artistico, perché l’opera risente delle limitazioni di quel contesto: una data di scadenza, le attrezzature a disposizione, la tipologia di lavoro richiesta.
La carica rivoluzionaria di REFUGEE, anche per questa formula di autoproduzione che entra nell’opera, dove non si deve rendere conto a nessun partner istituzionale o finanziatore, che esalta ancor più l’onestà dei rapporti umani che creano e costituiscono il percorso artistico, mi auspico che venga portata avanti fino in fondo. E’ chiaro che un pensiero e un percorso diventano un film, un libro d’artista, uno spettacolo, ma si può fare altro? Si può fare un’opera finita senza sostituire la necessità originaria a quella delle imposizioni estetiche, di formato, di tema, di genere, luoghi che oggi determinano un prodotto culturale e soprattutto che relegano un’esperienza a prodotto culturale?
Crisalide, il festival che Masque Teatro organizza da quindici anni, ha esplorato in una sua edizione proprio il tema di cosa avviene all’opera compiuta quando si separa dall’atto di creazione, quando nasce. Ma la mia riflessione è proprio sulla coerenza di un percorso: le regole che mi do nella creazione valgono ancora per l’opera finita? Non tanto perché l’ideale si contamina e si sporca con le limitazioni del reale, ma l’opera è il risultato di quella necessità che la crea o di convenzioni, che poi spesso sono scorciatoie? Diciamo che nella visione pura in cui mi sto riferendo a REFUGEE non vedo la necessità di arrivare a un manufatto precostituito.
In un’altra edizione del festival Crisalide, Masque aveva spinto all’estremo la riflessione della separazione tra rappresentazione e realtà, spingendo la rappresentazione fin dentro le pieghe più personali della propria esistenza. L’esatto contrario di come io capisco REFUGEE.
Poi c’è tanto di personale. C’è un’amicizia intensa che si è creata in età adulta (è così difficile creare rapporti veri non utilitaristici in età adulta) che forse ha la sua forza perché ci incontriamo in una zona di confine tra il privato e il poetico e forse anche questa è una zona teatrale, dove può sorgere il rifugio confortevole di un rapporto. Devo ammettere che dormire insieme per me è stato un atto troppo intimo, che sbilanciava pericolosamente la frontiera dentro la vita ordinaria, in cui il nostro rapporto si deteriorerebbe. Ma anche questa lettera invade certamente un tuo spazio che non mi compete. Sono certo che, con la grazia che ti appartiene, saprai giustamente ricollocarla nella sfera personale che più ci accomuna.
Grazie di tutto
Luca

 

Una riflessione di Antonio Cipriani sul film
Seminando dubbi, l’ultima ipotesi che si forma negli occhi, quasi una finestra che guarda dentro. Lo schermo diventa nero, con il suo tempo in bilico il vedere diventa qualcosa che comincia a somigliare.
Resto immobile e scorrono le immagini. Il cavallo traccia lo schermo, i suoni mi raggiungono come strada di polvere. Soggiogato mi orienta questo inseguirsi di uomini e donne, di animali e scorci di civiltà. Di montagne che improvvise e sassose diventano d’un verde opaco. Graffiate dalla sabbia degli scaffali perduti, riportate a una luce primitiva.
Che cosa ci costringe, che cosa ci fa somigliare nel dubbio? Forse quello che ci siamo persi è tanto di più di ciò che riteniamo unica solidità a sostenere la nostra vita. Scioglie tensioni questo vedere ascoltare che germoglia, deve essere un seme restato impigliato nel sacco del tempo, che fruga nella memoria della mia famiglia.
L’anziano che mangia nell’ombra sono io cento anni fa. La fuga degli alberi lungo il cielo è accompagnata dallo sciabordio del vento, ruvido di corde sulla pietra e lenzuola come bandiere di una povertà straordinaria e colta. Contadini e scultori. Le facce antiche, le giovani donne e i ragazzetti con il colletto chiuso fino all’ultimo bottone. Dignitosi bellissimi, il cielo azzurro alle spalle.
Seminando dubbi, conservando semi.
Gli occhi spalancati nelle case diroccate osservano. Trovo una forza potente nell’attesa e nel porsi fuori da ogni attesa e dal tempo delle cose di ogni giorno come condizione sovversiva dell’agire. La grandiosità nella visione improvvisa del Monviso come del lupo, tessere la storia.
Allora penso, mentre mi guardano ancora quegli occhi scavati nel tufo, come mai le arti e le scienze non abbiano resa migliore questa umanità. Il nocciolo della questione tende a sfuggirmi, ogni ipotesi è costretta attraverso un sistema di istituzioni che si basano sulla disuguaglianza, sul disprezzo dell’uomo e sul prezzo come unico valore.
Adesso vorrei avere la capacità di Isabella che sa scegliere una guida del pensiero e scriverla e pacificare per un po’ questo orizzonte di nuvole nere e di alberi come ipotesi di idee che sfuggono via. Attraverso un rifugio.
Antonio Cipriani, Milano 28 febbraio 2012

 

 

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